La mano visibile del liberismo

Conclusa l’intervista con un’emittente inglese siamo finalmente faccia a faccia, determinati a proporgli le domande preparate con cura da diverso tempo. Con fare pacato e cordiale ci fa capire che non ha nessuna intenzione di iniziare l’intervista finché non gli avessimo raccontato qualcosa di più su di noi.
Un po’ spiazzati gli spieghiamo che siamo un gruppo di giovani economisti (e non) da tempo impegnati a promuovere, presso le scuole e l’università, dei percorsi di studi economici alternativi che consentano agli studenti di conoscere le problematiche dell’attuale sistema e di informarli sugli strumenti concreti che ognuno di noi ha già a disposizione per costruire nuovi meccanismi economici.
La grande attenzione e curiosità di Chomsky per le nostre attività ci ha certamente gratificato ma questo atteggiamento rappresenta un punto fondamentale del suo pensiero: “…se la gente si dedica all’organizzazione di tali iniziative e all’attivismo politico saremo in grado di raggiungere un pubblico sempre più vasto ed è solo questa organizzazione che consentirà alle persone di acquisire la consapevolezza che esistono alternative costruttive. In questo modo possiamo trasformare l’attitudine generale della gente che è contraria all’attuale sistema (il 95% degli americani pensa che le corporation dovrebbero ridurre i profitti per offrire maggiori benefici a chi lavora e alla comunità in cui operano) in una vera consapevolezza e in azioni concrete”.
Il neoliberismo è una vera teoria?
Il neoliberismo non è una teoria, ma una serie di rivendicazioni pratiche dalle conseguenze ovvie. Quindi non ci sono ragioni teoriche per credere che le politiche neoliberali siano favorevoli all’economia. In effetti l’evidenza empirica dimostra il contrario.
Ad esempio?
Prendiamo le prime teorie proposte dal movimento neoliberista nei primi anni 70 il cui unico scopo era quello di ridurre i controlli sui movimenti di capitale in antitesi con gli accordi originari di Bretton Woods.
Tali accordi affidavano ai governi il potere di controllare i movimenti dei capitali e questo potere è stato effettivamente utilizzato dall’Inghilterra e dagli altri stati per prevenire il deflusso di capitali.
Ciò ha consentito di tenere sotto controllo i movimenti valutari e ha ridotto la speculazione.
I motivi per cui queste regole sono state istituite sono abbastanza chiare: l’Inghilterra e gli USA, rispettivamente con John Maynard Keynes e Harry Dexter White, giustamente ritenevano che i controlli sui capitali avrebbero contribuito alla crescita economica e allo sviluppo.
Questo ragionamento si è dimostrato corretto, infatti, i primi 25 anni dopo la seconda guerra mondiale (la cosiddetta “golden age”) sono stati il periodo con la più elevata crescita, in cui le disuguaglianze si sono ridotte – ad esempio negli Usa la crescita registrata dal quintile inferiore è stata leggermente superiore rispetto a quella del quintile superiore – .
Anche per la maggior parte del resto mondo è stato un periodo di successi economici. Nel sud del mondo è stato un periodo di sostituzione delle importazioni con la produzione interna e di sviluppo ad elevati tassi di crescita rispetto agli standard storici precedenti.
Ci sono altre ragioni per scegliere la strada dei controlli sui movimenti di capitale?
Certo, essi sono essenziali per la democrazia. Non può esserci una democrazia efficiente se i movimenti dei capitali sono liberi. Il motivo è semplice, basta leggere la storia dei mercati finanziari.
Se i capitali possono muoversi liberamente si viene a creare una sorta di “parlamento virtuale”, un parlamento di investitori che tramite i loro movimenti finanziari in ogni istante, di fatto, effettuano un referendum sulle politiche dei governi, influenzando direttamente le loro decisioni.
Se le politiche dei governi non soddisfano i mercati finanziari , essi possono arrivare a disgregare l’economia reale tramite i deflussi di capitale, gli attacchi valutari, o con altri mezzi che, alla fine, costringono i paesi ad adeguare le politiche a quelle “suggerite” dal parlamento virtuale. Ovviamente non si tratta di reazioni automatiche, ma di situazioni più complesse che qui semplifichiamo, ma grosso modo è questo che succede.
Se i governi vogliono mantenere la capacità di soddisfare gli interessi e i desideri dei cittadini, allora essi devono essere capaci di proteggersi dalla concentrazione internazionale dei capitali, inclusi quelli del loro proprio paese.
Quindi le politiche economiche del dopoguerra hanno garantito la crescita?
Non solo di crescita economica: il capitalismo di Stato ha consentito anche un periodo di inusuale sviluppo dei diritti sociali e le due cose sono strettamente collegate.
Invece con l’avvento del neoliberismo cos’è accaduto?
Tutto ciò è stato rovesciato. La prima iniziativa è stata l’eliminazione dei controlli sui capitali che ha dato vita al “parlamento virtuale”, limitando la possibilità per i governi di rispondere agli interessi pubblici. Poi, se analizziamo il pacchetto completo delle proposte neoliberiste, quasi tutte hanno gli stessi effetti.
Prendiamo ad esempio le privatizzazioni. Quando sono diventate una moda negli anni ’90, non c’era alcuna ragione economica che le giustificasse. Ci sono studi, pubblicati su riviste come l’Economist, che dimostrano come non vi fosse alcuna base empirica per pensare che le privatizzazioni avessero qualche beneficio economico. Ad esempio, per quanto riguarda la convinzione per cui privatizzando si risolvono i problemi di corruzione delle aziende pubbliche, vorrei far notare che la corruzione è un riflesso del grado di sviluppo delle istituzioni stesse. In paesi come il Brasile o il Messico in cui le società pubbliche sono corrotte allora lo saranno pure quelle privatizzate. In Svezia, al contrario, dove le aziende pubbliche sono efficienti, anche se venissero privatizzate non si avrebbe nessun ulteriore miglioramento.
Allora qual è il vero obiettivo dei fautori delle privatizzazioni?
Per definizione la disgregazione della democrazia: privatizzare significa togliere qualcosa dall’arena pubblica, nel senso che i cittadini non hanno più voce in capitolo e si viene a creare un mercato più limitato rispetto a prima.
Se poi parliamo di imprese multinazionali l’effetto è lo stesso: esse costituiscono un sistema totalitario che opera in un mercato estremamente limitato in cui vige una concorrenza limitata, dato il minor numero di soggetti che vi partecipano rispetto a quanto avviene in un sistema pubblico. Quando ci spostiamo dall’arena pubblica al mercato distruggiamo la democrazia e non abbiamo alcun effetto benefico sulla crescita economica.
Come si inseriscono i trattati internazionali nelle iniziative neoliberiste?
Se consideriamo i trattati internazionali sul commercio, effettivamente essi hanno ben poco a che vedere col commercio. Se questi fossero dei trattati realmente collegati al commercio, potrebbero essere scritti in una paginetta, invece sono estremamente elaborati e dettagliati.
L’inizio della storia dei trattati “commerciali” risale agli anni ’60 con il processo di decolonizzazione, quando gli ex-poteri coloniali, come Gran Bretagna e USA, affrontarono il problema di come continuare a controllare le risorse e i mercati del mondo nonostante la maggiore indipendenza delle ex colonie. Quindi negli anni ’60 inizia la pressione, principalmente dei grandi investitori anglosassoni, per lo sviluppo di trattati economici, che consentissero di tutelare i diritti degli investitori: è questo infatti l’unico reale obiettivo dei trattati cosiddetti commerciali. Questa tendenza continua anche nel periodo neoliberalista, quando finalmente si raggiunge, con l’Uruguay Round, la nascita del WTO che è in pratica un accordo per la tutela dei diritti degli industriali. In realtà il WTO presenta elementi di liberalizzazione, ma anche una forte componente antiliberalista in quanto ha garantito il diritto di imporre prezzi di monopolio e ad un livello tale che avrebbe ostacolato lo sviluppo anche nei paesi più ricchi, figuriamoci in quelli poveri. Anche la regolamentazione dei brevetti è stata concepita per assicurare questo monopolio a favore di “tirannie private”, come le corporation: le spacciano come tutela agli investimenti privati in ricerca e sviluppo, ma in realtà la maggior parte delle spese di ricerca e sviluppo sono finanziate da enti pubblici. Le regole sui brevetti sono scritte in modo da ostacolare l’innovazione e di conseguenza finiscono anche col ridurre la crescita economica: se io invento qualcosa e lo brevetto e tu trovi un modo più intelligente per produrlo tu non puoi realizzare tale produzione senza violare il mio brevetto. Anche queste regole non sono pensate per la crescita, ma soltanto per allungare la durata dei diritti di monopolio.
Oltre a queste conseguenze, i trattati internazionali sul commercio hanno avuto qualche ripercussione di carattere non economico?
Innanzitutto la parte degli accordi relativa al commercio è funzionale alla limitazione della sovranità degli Stati in merito alle scelte di allocazione della spesa pubblica: promuovere la partecipazione femminile o quali standard sanitari imporre, ecc. Queste sono le regole imposte dal WTO, quindi non si tratta in realtà di commercio, ma di riduzione della sovranità degli stati e della crescita del potere privato nelle decisioni che riguardano la collettività. Ciò si applica anche su scala internazionale. Ad esempio, esiste un’imposizione del WTO (National Treatment) molto stringente che consente alla General Motor che opera in Messico di essere trattata come una società messicana. Per gli esseri umani non esistono diritti simili: se un messicano arriva a New York non può pretendere di essere trattato come un cittadino americano. Le corporation godono quindi di privilegi speciali. Ulteriore fondamentale ripercussione ha l’applicazione dei cosiddetti accordi sui servizi, i quali riguardano tutto ciò che può interessare il cittadino: istruzione, sanità, acqua, ecc. Quando i servizi essenziali vengono privatizzati viene compromesso il buon funzionamento della democrazia fino al punto in cui non rimane più niente di garantito.
Quindi puoi annientare una persona e ciò non importerà a nessuno.
Questo è il cuore del neoliberismo.
Quali sono gli effetti di tutto ciò?
Sono abbastanza chiari, principalmente la riduzione della democrazia che è stata ridimensionata sia nei paesi ricchi che nel resto del mondo, in particolare in America Latina dove c’e’ stata molta pressione verso la democrazia e gli USA hanno opposto resistenza.
La fiducia stessa nella democrazia è in declino, poiché essa viene associata al neoliberismo. Come anche l’impegno a favore della democrazia è in declino, poiché il neoliberismo la svende attraverso meccanismi economici.
Torniamo alle “rivendicazioni neoliberiste”. Molti studiosi portano a supporto delle teorie neoliberiste la costante crescita economica ottenuta proprio grazie all’attuazione di queste politiche. Se analizziamo gli indicatori macroeconomici è evidente che nel periodo neoliberista molti di essi sono peggiorati nei paesi che hanno seguito le ricette neoliberiste. Un sacco di economisti e la World Bank tentano di passarci sopra dicendo: l’importante è che c’e’ stata una crescita economica. Tuttavia la crescita è stata comunque significativa anche nei paesi – ad esempio la Cina e il Sud Est asiatico – in cui non sono state applicate le indicazioni neoliberiste e dove ci sono controlli sui capitali. Nei paesi che hanno seguito le regole, invece, come in America Latina, il risultato è stato un disastro completo. La propaganda, incluso l’Economist, identifica il neoliberismo con il commercio ed in effetti il commercio continua ad aumentare. Certamente crescita e commercio sono collegati e molti economisti sono convinti di ciò, tuttavia non sono ancora riusciti a spiegare questa correlazione.In ogni caso, qualunque essa sia, non ha niente a che fare con il neoliberismo. La stessa idea del commercio come base per la crescita è una specie di mito della dottrina economica.
Cosa intende per commercio?
Se lo domandaste ad Adam Smith non sarebbe in grado di riconoscere ciò che oggi è chiamato commercio. Probabilmente il 40% – ma nessuno lo sa con certezza – del commercio è costituito da scambi interni alle corporations. Perché dovremmo considerarlo commercio?
È commercio se produci componenti in Indiana, in Arizona e New Mexico e assembli il prodotto nel Minnesota o a New York? Siamo quindi in una command economy, un’economia pianificata dal dominio delle corporation, un’economia che si identifica con le multinazionali. Uno studio recente targato McKinsey, tenta di ricalcolare il deficit commerciale USA utilizzando un metodo abbastanza razionale: si prendono le società estere affiliate e controllate dalle multinazionali con la sede negli USA e si considera il loro export come export dagli USA. In definitiva, il deficit commerciale si riduce poiché alcuni di questi dati sono solo degli artefatti ideologici costruiti apposta per mascherare il reale funzionamento dell’economia secondo le regole del neoliberismo. Se decodifichiamo questi dati è probabile che il risultato sarà che in realtà il livello del commercio e i tassi di crescita sono diminuiti durante l’era neoliberista. In effetti è stato dimostrato – e pochi economisti si sono occupati di ciò – che il rapporto tra il tasso di crescita del commercio e il tasso di crescita dell’economia è aumentato durante il periodo neoliberista, ma la causa principale è stata che il livello di crescita dell’economia è diminuito.
Ulteriore elemento posto da alcuni economisti a sostegno del neoliberismo è che garantisce il libero mercato, indispensabile per ottenere lo sviluppo economico. Bisogna sfatare l’idea che il sistema neoliberista sia un sistema di libero mercato. Prendiamo ad esempio il MIT, che è un tipico caso di luogo di innovazione, dinamismo e quindi promozione della crescita dell’economia.
Certamente al MIT tutti sanno chi paga i loro salari e da dove proviene la tecnologia o le attrezzature: non li paga certo l’IBM, vengono dal Governo, è da decenni che a tutto ciò pensa il settore statale. Prendiamo ad esempio i computer. Quando arrivai qui negli anni ‘50 ero nei laboratori di elettronica ed i colleghi stavano cercando di costruire dei computer piccoli e maneggevoli da poter vendere sul mercato. Ci sono voluti circa 30 anni. Nessuno avrebbe potuto commercializzare computer se non dopo 30 anni di attività e di ricerche del settore pubblico e lo stesso vale per l’Information Technology e per la rete Internet, anch’essa covata per decenni dallo stato. C’è stato di recente un interessante editoriale su Science che proponeva la più accurata descrizione dell’economia americana che io abbia mai visto.
Facevano un inchiesta sugli stanziamenti dei fondi federali e si sono accorti che essi sono diminuiti sia per la DARPA [Defence Advanced Research Projects Agency], che è stata per decenni il motore dell’innovazione per l’economia, sia per la parte più scientifica delle ricerche della Nasa. Sono invece andati aumentando i fondi federali per tutta quella ricerca che consente di fare show e pubblicità, come ad esempio l’impresa di mandare un uomo su Marte o di costruire qualcosa sulla Luna. L’editoriale sosteneva che ciò distruggerà l’economia americana, ed è vero. Infatti l’economia Usa non è un’economia intraprendente, non è un’economia di libero mercato, bensì un’economia fondata sugli stanziamenti pubblici, basata su un settore pubblico dinamico che produce la gran parte delle ricerche innovative e la gran parte dello sviluppo, a spese dei cittadini. Solo alla fine i risultati delle ricerche sono messi a disposizione del mercato privato. E’ questo libero mercato? Assolutamente no.
Oltre alla presenza dello Stato esistono altri motivi per cui ritiene che il sistema neoliberista non sia un sistema di libero mercato? Certamente, un’altra questione da affrontare è che spesso c’è l’idea di imporre il libero mercato agli altri ma di non applicarlo a noi stessi. Chi conosce anche solo un po’ di storia economica sa che questo è un atteggiamento tipico anche dei secoli passati. Nel 18esimo secolo i maggiori centri commerciali ed industriali del mondo erano situati in India e Cina, mentre l’Inghilterra veniva solo dopo. Per sviluppare la propria economia l’Inghilterra utilizzò metodi violenti e fu capace di distruggere l’industria irlandese e di costringere l’India ad adottare le regole del mercato aperto, mentre naturalmente l’Inghilterra stessa non le applicava, mantenendo al contrario alte tariffe protettive. In questo modo l’Inghilterra fu in grado di svilupparsi a discapito dell’India che non registrò né crescita né sviluppo, se non per una ristretta classe sociale di rango elevato. Solo dopo aver scacciato gli inglesi nel 1947, l’India, violando le regole di mercato, cominciò a crescere ed a svilupparsi.
E negli altri paesi occidentali: Stati Uniti, Germania, Italia, Francia, ecc.?
Tutti questi paesi si comportarono nello stesso modo.
Gli USA non hanno mai seguito i principi del libero mercato, tanto che gli storici economici li hanno soprannominati “la madre ed il bastione del protezionismo”.
Durante il 19esimo secolo gli USA mantennero le più elevate barriere protezionistiche del mondo. In questo modo hanno potuto sviluppare la loro industria tessile e dell’acciaio tenendo fuori i beni inglesi che erano qualitativamente migliori e più competitivi nel prezzo.
Gran parte dello sviluppo statunitense fu basato proprio sul contributo del settore pubblico anche per la crescita della stessa produzione di massa che trova le sue origini da posti come l’armeria di Springfield, che solo in un secondo momento venne trasferita al privato.
E nei paesi non occidentali?
Prendiamo un paese sviluppato, il Giappone, che guarda caso è l’unico che non ha subito processi di colonizzazione. Fu davvero un caso? A differenza dei paesi che furono colonizzati e costretti ad accettare i principi del libero mercato, il Giappone fu libero di seguire le stesse politiche dell’Occidente. Queste tematiche, anche se espresse in modo semplificato, restano valide e sono sotto gli occhi di tutti.
Quindi il neoliberismo sfrutta la “mano invisibile” solo quando gli è comodo?
In realtà la metafora della mano invisibile fu un argomento utilizzato ne “La ricchezza delle nazioni” proprio per argomentare contro il neoliberismo. Naturalmente allora non si chiamava neoliberismo, ma aveva come riferimento l’Inghilterra dei suoi tempi. Adam Smith pensò: cosa accadrebbe se i capitalisti inglesi investissero all’estero o se i mercanti inglesi importassero merci dall’estero? Secondo Smith ciò sarebbe stato molto pericoloso per l’Inghilterra, ma sosteneva che non ci si doveva preoccupare, perchè i capitalisti, i mercanti e i produttori inglesi avrebbero preferito operare all’interno del paese: è come se una mano invisibile salvasse l’Inghilterra dagli assalti del mercato.

2 commenti:
ma kda ste nrdile ta intervju? ma ka vs je zrjs psluso? ke fejst ara, ben nuo!
Je ke smo nrdile! cioè, je nrdo ns Scienziato Puma ku je bil n MIT, 2 leta ud tga. Je bil u ufficie ud chomsky in ta mu je nrdo an monologo; pole smo spisle intervisto, ma chomsky je tel pregledat preden bi pubblikjrle, alora smo prevedeli de novo u aglescino in mu poslale, ma ni jmo cajta, tku njmmo autorizacije z pubblikjrt... tku bo bla samo n blog, in esclusiva...
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