Ho preso una settimana di pausa dal bloggo e perfino Zimolo si preoccupa... ero un po' preso dal lavoro e ho anche visite parentali - ieri ho fatto mangiare sushi ai cuginetti. Metterò a breve qualche foto di Parigi natalizia. Dove domani ricominciano gli scioperi. Almeno una volta al mese devono scioperare.
Intanto oggi dovevo fare una presentazione ad un comitato, ma invece si è presentato anche l'Ariano. Meglio, molto meglio, la nostra interlocutrice (a prima vista tendenza stronza, impressione confermata durante le 2 ore) mi avrebbe demolito. L'Ariano invece è stato cordialmente fermo e convincente e alla fine anche la stronza era contenta. Finito il comitato sono andato in mensa con l'Ariano e Gadget che si è fatto una discreta figura cadendo dalla sedia. Credo si sia fatto malissimo, ma è rimasto impassibile...

Pitko disse:
"Martedi scorso durante la trasmissione "Ballaro" la "rossa" Brambilla ha esposto il seguente concetto: l'attuale pressione fiscale in Italia é la causa principale per l'aumento dell'inflazione. Se la pressione fiscale diminuisse, ci sarebbe un calo dei prezzi al consumo e la conseguente diminuzione dell'inflazione stessa."1) seconda parte del pensiero brambillesco:
Se la pressione fiscale diminuisse il reddito netto percepito dai consumatori aumenterebbe. Il reddito netto poi può essere destinato al consumo o al risparmio. Ipotizzando che almeno parte dell'incremento reddituale venga speso in consumi, ciò si traduce in un aumento della domanda di beni di consumo. Uno dei teoremi fondamentali in economia è la legge della domanada e dell'offerta, quindi aumentando la domanda i prezzi aumentano. Quindi l'inflazione aumenta.
Ma forse la Bramby ha fatto un ragionamento più approfondito richiamandosi alla teoria delle aspettative razionali secondo le quali il consumatore è razionale (e già questa ipotesi avulsa dall'ambito accademico fa ridere), quindi di fronte alla diminuzione della pressione fiscale oggi egli prevede che per raggiungere l'equilibrio dei conti lo stato aumenterà le tasse domani; quindi il consumatore risparmia per pagare le tasse future e si può arrivare addirittura ad una iper-reazione, per cui il consumatore iper-razionale riduce i consumi odierni. In questo caso estremo si può prevedere una riduzione dei consumi con conseguente riduzione dei prezzi (e quindi dell'inflazione) e con l'economia che volge verso la recessione.
D'altra parte si potrebbe anche analizzare come viene ridotta la pressione fiscale. Se lo stato riceve meno soldi dalle tasse deve ridurre i trasferimenti (cioe' la spesa pubblica: scuole, infrastrutture, difesa, giustizia, sanità, previdenza...) e questo puo' avere un'incidenza diversa: meno infrastrutture vuol dire meno sviluppo economico, ma gli effetti sono a lungo termine; meno sanita' vuol dire che i consumatori si rivolgeranno verso strutture private (chi ha la possibilita' economica).
Ma poi mi sono ricordato che la rossa è forzitaliota bottegaia, quindi non ragiona dal punto di vista del consumatore, ma dell'imprenditore, quindi voleva dire che se l'imprenditore pagasse meno imposte potrebbe ridurre i prezzi. Oppure mantenere gli stessi prezzi e aumentare il guadagno?
2) Tornando alla prima proposizione, a occhio direi che le cause dell'inflazione in Italia sono in ordine sparso:
- aumento dei prezzi delle materie prime (dal grano al petrolio) che si ripercuotono su tutta la catena produttiva fino al consumatore; gli aumenti notevoli proprio dei generi alimentari e dell'energia sono dovuti all'aumento della domanda da parte dei paesi in via di sviluppo, in particolare dalla Cina.
- rendite di posizione: le banche sono tra le piu' costose in europa (per questo le banche estere hanno tentato in ogni modo di entrare sul mercato italiano); discorso simile per le assicurazioni.
Le privatizzazioni passate hanno trasferito i monopoli dal pubblico al privato e quindi le rendite monopolistiche invece di "pagare" l'inefficienza dello stato nella gestione si trasformano in utili degli azionisti. Le privatizzazioni riguardano settori piu' o meno protetti: le infrastrutture (Autostrade, Autogrill), l'energia (Snam Rete Gas, Enel, Eni, Terna...), telefoni (Telecom Italia). E' ancora in corso la privatizzazione delle ex-municipalizzate tipo Acegas che dopo la quotazione in borsa sono in corso varie fusioni e conseguente aumento dei costi per soddisfare gli azionisti che vogliono UTILI (che poi diventano dividendi).
- i consumatori italiani hanno un grado di superficialità superiore alla media europea (esempio: la vendita di suonerie per cellulari, numero di cellulari per abitante, spesa in minchiate per essere alla moda, come ad esempio pacchiani occhiali da sole firmati - come gli occhiali in carbonio da MILLLE euri di Lapo).
- l'incremento del credito al consumo (cioe' indebitarsi per comprare beni di consumo). Questo e' uno stimolo della domanda. Una volta gli italiani si indebitavano solo per comprarsi la casa o magari l'auto, adesso per la lavatrice o beni anche meno "impegnativi".
Fenomeno gia' conosciuto negli USA, dove si è ridotto il risparmio a favore del consumo (passaggio storico dal risparmio come valore fondante portato dai padri pellegrini calvinisti al consumismo cominciato nell'era d'oro dei trenta gloriosi all'inizio del secolo scorso e poi consolidatosi col benessere post ultima guerra mondiale).
Negli USA il consumo rappresenta il 70% del PIL. Pero' i consumatori amerikani sono parecchio indebitati, ormai il debito delle famiglie in rapporto al reddito è al 135%. Appena l'economia rallenta e iniziano a licenziare crolleranno i consumi e i rimborsi del debito e arrivarà una bella recessione. Salvo un nuovo 9/11 e il keynesianesimo militare [
spesa pubblica nel settore della difesa che crea posti di lavoro, quindi reddito e poi consumo e la lira s'impenna] che insieme a Greenspan e alla sua politica di bassi tassi d'interesse ha evitato la recessione incombente nel biennio 2000-2001.